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TRASFERTA IN GERMANIA (Immenstaad am Bodensee) PDF Print E-mail
Written by Massimo Natali   
Thursday, 24 July 2008

 


 

OVVERO: DEUTSCHLAND, DEUTSCHLAND UEBER ALLES ! 

Io parto alle sei del mattino, nonostante la ferrea disposizione di farmi trovare ai confini della patria ad ore quattro e quarantacinque: con tutta la benevolenza nei miei confronti, i sodali compatrioti avrebbero potuto attendermi fino alle cinque, ma il mio ritardo stavolta è davvero clamoroso.

E pensare che Sergio m’aveva avvertito. Se vai da solo, come farai a giungere a destino, non conoscendo la strada ?

Ma sono armato di coraggio (e anche di qualche dettagliata carta geografica) e perciò non mi perdo d’animo.

Arrivare alle Alpi è davvero un attimo e stavolta è per me più sconvolgente che in passato. Da anni ormai, tutte le volte che lo faccio, mi vengono in mente i versi di Petrarca, “Ben provvide natura al nostro stato / quando de l’Alpi schermo / pose tra noi e la tedesca rabbia…” versi che, da germanofilo, interpreto non in senso politico – culturale, ma oggettivamente meteorologico: insomma, di qua luce e sole, di là il buio e furia degli elementi che è un dato oggettivo.

Stavolta no, le Alpi illuminate dal sole sono bellissime e, più che barriera, appaiono come magico panorama intermedio.

Poi, l’altipiano svizzero, che non mi ha mai emozionato (ho ancora il dubbio se sia per colpa dell’altipiano o degli svizzeri) e sul quale, quindi, non mi soffermo.

Tra l’altro, percorrendolo, di quando in quando m’assale il dubbio di Sergio: non conoscendo la strada, come arriverò alla metà ?

La fortuna però m’assiste unitamente a Santa Margherita (Sankt Marghrethen) e vedo in fretta il confine austriaco, ancora presidiato da gendarmeria: mi stupisco un po’ e poi rifletto: è giusto così, l’Europa è un’estesa entità geografica con un buco in mezzo (che si chiama Svizzera) e le pareti del buco devono essere controllate, non si sa mai, qualcuno potrebbe caderci e rimanerci dentro. Se non credete a ciò che dico riflettete sul fatto che, superata Bregenz (l’antica Brigantium romanorum) nessuno s’accorge del confine austriaco-germanico: potenza dell’Europa ! Ciò che a Hitler per realizzare l’anschluss era costato una crisi internazionale (col rischio – nientemeno ! – delle divisioni italiane al Brennero) ora è cosa fatta, senza trauma alcuno.

E finalmente è Germania. Sulle sue strade si vola, la maledizione di Sergio è resa inerme e arrivo a Immenstaad; sulla Hauptstrasse (strada principale) vengo convogliato in automatico e lì stanno Alessandro Caruso e Carlo Cacciatore (quest’ultimo in realtà si chiamerebbe Karl Jaeger, ma poi si capirà il perché dell’italianizzazione). Sono quasi le dieci, sono consapevole di essere in ritardo e, intellettualmente onesto, mi rifiuto di dichiarare di aver bucato una gomma. Cerco un altro pretesto, ma non mi viene in mente nulla. M’attendo rimproveri. E invece no, sono arrivato primo e, d’un colpo, capisco ciò che dev’essere realmente successo: conoscendo il mio ritardo, Sergio e gli altri, nelle loro infinite comprensione e bontà, si sono abbondantemente fermati lungo il percorso per non mettermi a disagio. Ecco i miracoli dell’amicizia !

Tutti assieme, con gli amici germanici, si va a Meersburg, antico borgo alto-medievale (castello del VI – VII sec. d.C.) in autobus e già dal fatto che tutti pagano il biglietto si capisce che siamo in Germania. Mi chiedo: poveri amici germanici, chissà quante volte ci sono stati e gli tocca di tornarci ancora per compiacere noi.

Il borgo è piuttosto bello, ma ha due maledizioni. La prima sta fuori del castello, nelle botteguccie di cui sono piene le sue bellissime vie, botteguccie stracolme di antiestetiche chincaglierie che deturpano tutto. Chi l’ha visto (il borgo) provi per un attimo ad immaginarselo senza.

La seconda sta dentro il castello e precisamente dentro gli abiti di una rubiconda pingue germanica di mezza età che con piglio militaresco intruppa letteralmente i turisti facendo loro da guida. Parla, solo in lingua germanica, di Dagoberto, Corradino e d’una notissima sconosciuta poetessa e ascoltandola si ha il sospetto che in realtà conosca anche altre lingue, ma che utilizzi solo quella che le si addice di più, un po’ come un personaggio di sturmtruppen.

Ha tuttavia risvolti di gradevolezza oltrechè di autorevolezza e così quando mi redarguisce per aver cercato di svicolare dalla sua presa, per evitare il peggio, mi arrendo subito.

Solo quando esci dal castello capisci la pretestuosità della visita giacchè, ben guidati, in minuti cinque, ci ritroviamo tutti seduti, all’aperto, attorno ai tavoli di un locale a metà tra il bar e il ristorante: non si scappa, gli appetiti culturali soggiacciono a quelli fisiologici.

Qui, però si apre una frattura tra i miei compatrioti e me.

Tutti sanno che la bevanda più in uso in Germania è la birra che tra l’altro, migliore o peggiore che sia, per qualità, della nostra, bevuta in quella terra assume un sapore particolarmente gradevole.

Siccome ora non sto scherzando, agli eventuali scettici dico che su questo punto mi sono consultato con abituali frequentatori di Germania e, tutti, hanno espresso questa opinione e siccome non risultano motivazioni scientifiche, almeno apparenti, non rimane altra spiegazione che un’impalpabile magìa.

Epperò non m’erano sfuggiti, in loco, altri notevolissimi particolari, attraverso i quali – di solito – Dio si manifesta.

Intanto, sulle colline, un’ordinatissima e importante distesa di vigneti; poi, nel borgo, molti locali “weinstube” e infine – addirittura – una “weinschule” al punto che mi sono trovato costretto – ahimè da solo - a provarne il prodotto, anticipando solo di qualche ora il tripudio orgiastico della cena serale.

Dunque, col senno di poi, ora so che si tratta di “weissburgunder” che – assicuro – solo per puro spirito patriottico definiremo inferiore (di poco) ai nostri migliori bianchi. Il nome me l’ha riferito l’attendibile sig.ra Carina Pastore (sarebbe Karin Schaefer, ma in italiano suona proprio come ho detto). Come sempre nei casi di specie, il dubbio è lo stesso: questi barbari Burgundi sono arrivati a produrlo da soli o con l’ausilio dei nostri legionari?

Ormai è sera (si fa per dire, perchè sono solo le 19.00) e tutti, italici e germanici ci ritroviamo da “Heinzler”, ristorante sullo strandbad del grande Bodensee: siamo più o meno in quaranta, le portate arrivano regolarmente e il weissburgunder la fa ancora da padrone. Per fortuna non si usa l’auto, altrimenti il ritorno sarebbe un vero problema e comunque l’atmosfera è a dir poco elettrica.

Mario Rusconi improvvisa un discorso al momento dello scambio dei doni: poveretto – penso – deve mantenere saldezza di coscienza anche dopo le libagioni. Io che l’ho perduta, quando lui auspica che il sodalizio duri ancora molti anni, da tergo suggerisco “tausend” (mille). Mi sembra un bell’augurio, ma mi sbaglio. Un corpulento germanico che mi sta a fianco, mi stringe un braccio e, in italiano, mi fa: “No, mille anni, per Cermania, non va bene !”. Senza il weissburgunder avrei compreso al volo, adesso ci metto invece due o tre secondi per rendermi conto che fa riferimento al reich millenario di hitleriana memoria e se ne vergogna. Mostro d’aver capito, gli dico d’esser d’accordo con lui, ma la mia modestissima conoscenza della lingua mi impedisce di dirgli anche che a distanza di oltre sessant’anni questo perdurante senso di colpa è ora il più grande difetto dei tedeschi, che devono finalmente accantonarlo e decidersi a fungere da locomotiva per l’Europa, contro la barbarie d’oriente e d’occidente.

Ma non so e quindi non posso.

Veda ora il lettore quanto faticoso e impervio sia stato il periodo antecedente la corsa, vero (vero ?) motivo della trasferta germanica. Domattina si corre su un circuito da percorso-vita da ripetersi due volte partendo però (e ritornando, quindi) dal paese di Immenstad. Più o meno 10 km.

E’ un bosco di conifere attraversato da un ampio sentiero carrabile ai cui lati di quando in quando sono collocate lignee strutture da ginnasta in condizioni tali che sembrano istallate ieri. Questo penso, perché mi vengono in mente quelle semidistrutte che ho sempre visto nei nostri sentieri attrezzati.

Nessuno di noi ha mai pensato che nel bosco potrebbe anche perdersi, ma gli amici germanici, sì. Per questo – credo – per evitarci, cioè l’incontro di elfi o fate (ma nel secondo caso, Pierangelo Brotto sarebbe lieto, me l’ha detto !) hanno improvvisato un servizio di rapidi ciclisti a controllare i ritardatari. Lo so bene , perché uno è stato sempre vicino a me, per tutto il percorso, si vede che la mia andatura l’aveva insospettito. La gara non ha storia e poiché “l’antiquo valore / de l’italici cor non è ancor morto” un terzetto di baldi giovani connazionali fa la parte del leone. Nominiamoli pure: Sperotto Gianluca, Trabucchi Maurizio e Buongiorno Riccardo. Si vantino dunque della fulgida vittoria; mi piacerebbe, tuttavia, che ripetessero l’impresa in presenza di altrettanto giovani teutonici. Per quanto mi concerne sono soddisfatto: ho evitato il tracollo fisico e sono stato salvato da Claudio Gavarini per l’insediamento nell’ultima posizione, due obiettivi centrati in una sola gara, non c’è male, perbacco !

E siamo ormai al gran finale.

La truppa si sposta a Friedrichshafen (Porto di Federico). Non mi riesce di sapere se il nome è dato dal Barbarossa (Federico I) o da Federico II oppure dal c.d. Federico di Svevia, fratello di re Enrico VI, figlio del primo e padre del secondo (cercherò di saperlo): sta di fatto che erano tutti svevi, come allora (XII – XIII sec.) si chiamavano gli abitanti dell’attuale Baden Wurtenberg, ma quello che vediamo ha dell’incredibile, al punto che m’ha ricordato un fatto della recente storia europea.

Dunque, gli storici narrano che nel 1945, con la Germania letteralmente distrutta, una camionetta militare entra in Berlino (o meglio tra le sue macerie) con a bordo in divisa da ufficiale norvegese nientemeno che Willy Brandt che diventerà il più grande burgmeister di Berlino e di poi sicuramente il più amato reichkanzler. Roba da lasciare letteralmente di sasso, ma niente al confronto di ciò che sto per dire. La truppa italo-germanica percorre il lunghissimo lungolago, fronteggiando numerose tende gastronomiche condotta e indirizzata da un alfiere (germanico) che sventola un grande tricolore: attenzione, non è il nero/rosso/oro germanico, ma proprio il verde/bianco/rosso italico “a tre bande verticali di eguali dimensioni” di cui parla l’art. 12 della Costituzione repubblicana del ’48 e siccome a metà del lungolago si trova una torre metallica alta almeno 30 metri il tricolore (il nostro) vi viene issato in cima. Se non vi commuovete per questo, per che altro, allora ? Ed era solo pensabile fino a pochi decenni or sono ?

Finisce in gloria, perché le tende gastronomiche sono ben fornite, i prezzi assolutamente accettabili (a proposito, sapete che il parcheggio coperto del centro di Friedrichshafen costa esattamente la metà di quello delle Corti in Piazza Repubblica a Varese ?) e usufruisco del fatto che i cadaveri (chi vuol intendere, intenda !) di alcuni maiali tedeschi hanno fornito stinchi che, arrostiti, diventano gustosissimi.

E’ finita davvero, adesso: poiché come s’è visto abbiamo fin qui riflettuto e parlato solo di podismo atletico, sull’amara via del ritorno mi vengono in mente due considerazioni.

La prima. Riusciremo l’anno venturo ad impegnarci a sufficienza per garantire agli amici germanici un’accoglienza parimenti calorosa sulla nostra terra ?

La seconda. Poiché sin’ora, considerato il mio personale nazionalismo, ho attribuito pregi e virtù solo ai miei connazionali, magnificando la terra Italia che li ha visti nascere, vuoi vedere che mi sono sbagliato sui soggetti e che i veri italiani sono loro ? In fondo, come ho dimostrato, potrebbero aver germanizzato i loro nomi, no ?

Massimo NATALI

 

Last Updated ( Thursday, 24 July 2008 )
 
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